CANTO OTTAVO PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Gentile   
Venerdì 13 Settembre 2013 15:45

CANTO OTTAVO

Di parlartene più non è dovere

Di Egizia stimatissima donzella :

Sol ti dirò che dal tempo primiere

Egizia fu per noi la vera stella.

Disse Afrosino padre volentiere

Vorrei sapere che Marruvio bella

Fu fabbricata, e la mia patria amata

E'Fresilia Melonia e Alba ingrata.

Quegli eran quattro popoli radunate :

Marrone era di tutto Capitano

Fece Marruvio sua prima cittate

Per farla struggere dall'empio Romano.

Marrone unito ai due compagni amate

Tutta Marsia girò col brando in mano

Con molte fiere ebber da far guerra

Ch'erano abitator di questa terra.

Poi quando tutta l'ebbero purgata

Ai suoi compagni disse il gran Marrone :

Amici io l'ho fatta una pensata :

Se non vi è grata date men ragione

Se non ci stiamo tutti a una condrata

Vengono dall'Asia altre generazione

Ad abitare in questa bella terra

E noi coi mostri abbiam fatto guerra.

Godio rispose :io molte contente

Sono del tuo parere gran signore

Ma ti chiedi una grazia solamente

E comandar mi poi qual servitore :

Restituisci a me la Frisia gente

Che tutto sanno far da cacciatore

Ci accamperemo presso al piccol fiume

E comperemo del nostro costume.

Così, il gran Gordio con i suoi denare

La città di Frisilia fabricai :

Melonio al par di Gardio non fu avare

La stessa grazia a Marron cercai :

Lung'il Gioiengho andiede a fabbricare

Con gli suoi battri una bella cittai

Così fu fatta Fresilia e Melonia :

Questa è la verità, non è fandonia.

Ma il duce dominava da padrone

Anche su quei popoli cacciatore

il popolo Lide e il popolo Pappagone

Quei cominciarono a far d'agricoltore :

Un giorno Plistia disse al duce : un done

Io vorrebbe da te, caro Sifnore :

Vorria veder le città fabbricate

Da Melonio e da Gordio amici amate.

Un brutto uom che Marsia era chiamato

Era a quei tempi il re di Pappagonia

Poi quando fu da Porro discacciato

Fuggì con tutto il popolo in terra Ausonia.

il nostro regno era così chiamato

A quei tempi non è una Fandonia

Italia da quello Italo fu detta

La nostra patria, o nobil giovinetta.

Quando quel brutto fuggì dalla guerra

Di Porro per non esser scorticato

Si venne a rifugiare in nostra terra

Con tutti quei che seco avea menato

Se la cronaca antica il ver non erra

Dal nostro Re tutti furno accettato

Come a ver patriotti e ver fratelli

Senza pensare agli emi lor tranelli.

E cominciarno a Fare una congiura

Per dare il regno a quel Marsia venuto

Senza pensare che la brutta figura

Racchiude un'alma assai degna di Pluto

E noi per quella sconcia creatura

Tanti terreni ci abbiamo perduto

Sappi o donzella che quel bel laghetto

Fu fatto per quell'uomo maledetto.

Dov'è oggi il lago fece un bel Castello

E Archippa lo volle nominare

E Liccio quel montuoso paesello

Pur quel tristo lo Fece fabbricare

Lui fece Cappadocia e Curcamello

Coria e Coricola lui le fece fare

Lui fece Tagliacozzo e Appamea

E fece il tempio della nostra Dea.

Lui fabbricò la città di Cilano

Per Cilano che avevano lasciato

Lui fece Collarmelo e fece Atrano

E Magliano da lui tanto stimato :

E quando fece il Castello di Avezzano

Ci ebbe un gran mago a lui profetizzato

Chè là una colonna un orso bianco

Si dan gran colpi e l'orso resta stanco.

Quella colonna si fa ver padrone

Di quella terra e suo castello lo chiama.:

Ogni vassallo deve fare il done

Di un'ora nel sposar la bella Dama

Così Avezzano in vile condizione .

La Fine del Colonna sempre brama

E pur verrà quel tempo che s'impetra

Che la colonna resta sol di pietra.

Vede Avezzano allor l'era novella

Col nome di città si ha da chiamare

Uno detto Torlonia poi più bella

Lo fa' . Per metterla con le belle a pare

Quel grand'eroe Alessandro si appella :

Che tanto si dovrà da immortalare

E in avvenir quell'uomo singolare

Dei Marsi il redentor si ha da chiamare.

Se non fosse di Roma un successore

Ci avrebbe gusto di farmi contare

Ma so che nasce da quei traditore

Ti prego o Padre e non men più contare

Se è vero che in Marsia tant'onore

Ci reca non più mai ricompensare

il mal fatto dagli suoi antenate

Che ci hanno le miglior città bruciate.

Dell'avvenire più non men parlare

Dimmi di què due Marsi che ne avvenne

Marsi ci cominciammo noi a chiamare

Dell'empio Marsia che coi Lidi venne

Quel bruto, guerra mandò a domandare

Al Re, ma quello aveva molte senne

Si era accorto che si eran vendute

Tutta sua gente al secondo venute.

Disse fra se, se io accetto la guerra

Certamente dai miei sarò tradito.

Lui si farà patron di questa terra

E invendicato io sarò colpito.

Ma se la spada mia quel ceffo afferra

Certo per lui sarebbe un mal partito.

Dunque bisogna di combattere a sole

Così gli miei han pace senza duole.

A Marsia rimandò l'ambasciatore

Dicento che voleva un sol duelli :

Chi per disgrazia alla battaglia muore

Il corpo resta per pasto di uccelli

E quel che resta in vita è gran signore

Delle Città e dei nuovi Castelli :

E il punto che dobbiamo far la rissa

E' quel sorgente fra Marruvio e Issa.

Dimmi o ministro : era qualche castello

Quell'Issa che mi avete nominato ?

Sappi Afrosina : Issa è quel paesello

Che col nome di Ortucchia or vien chiamato

Un greco nato all'Isola di Delo

Lo strusse e l'ebbe poi riedificato

E Ortucchia lo volle nominare

Come alla patria sua nell'Ionio mare.

Or dunque quando Marsia ebbe sentito

Che il Friso Marsia lo sfidava a morte

Montò sopra un cavallo molto ardito

E armossi con I'arme sua più forte

Al nuovo giorno al punto stabilito

Erano entranbi a decider lor sorte

Il Frisio aveva di Egizia l'armatura

Ma non ci valse per sua gran sventura.

Unitamente al luogo erano giunto

Senza nessun dei lori alla sorgenti

Il Frisio diede il segno e tutto a un punto

Si mossero gli destrieri come a due venti

Il duce Marsi fu nel petto giunto

Ma I'arme sua temprata e rilucente

Diedero al Frisio quello incontro strano

La spada si lasciò cascar di mano.

Ma Marsia lo colpì sulla gorgiera

Che gli fece gombar tutto l'elmetto :

Fu la percossa tanto orrenda e fiera

Che ci fece voltar la fronte al petto,

Dal volto ci ebbe a levar la visiera

E il suo bel volto dimostrava netto :

Lotta il furbo senz'altra parola

Con un altro colpo ci tagliò la gola.

il Duce Marsia che fu vincitore

Il suo compagno morto ebbe lasciato

Per pasti ai corvi senza farci onore :

Che lui stesso l'aveva comandato

Del nostro Regno si fece signore,

Ognuno di essergli fedel ci ebbe giurato

Ma lui per tema di qualche insolenza

Fece ad Archippo la sua residenza.

Popol riprendi l'ardire Marsicano

Non ti affiacchire in tanto piagnisteo,

Il mondo tutto si farà Romano

E parte di quel popolo esser tu deo

L'Aquila seguirai tanto lontano

Finchè incontrate un pescator ebreo,

Vi strappa l'aquila e grida ad alta voce

Lasciate questa e prendete la croce.