CANTO TERZO PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Gentile   
Venerdì 13 Settembre 2013 15:31

CANTO TERZO

Or se ne viene la Città di Arpino

Che fu la patria del gran Cicerone

L'Arpinese valcò su gli Appennino

Quanto Valerio Corbo era sul trone

seguia il vol dell'Aquila latino

Per far noi Marsicani aspra tenzone

Dove oggi è Pescasseroli fu io strazio

Tra il fin di Aprile e il principar di Maggio.

 

Plistia distrutta fu con tant'oltraggio

Dall'implacabile legion Romane

Ma non fu tutta prova di coraggio

La strutta di quel popolo Marsicane

Se si trovava là quell'uomo saggio

Marco Marioco dotto Capitane

Con gli suoi marsi feroci e potenti

Le truppe di Valerio avrebbe spenti.

Pescasseroli da Plistia discendente

Che parte fù del Popolo Marsicane

Quel popolo di Eroi valente

Era rivale al popolo Romano

L'uomo del Corbo sol con tradimente

Le loro Rocche le ridusse al piano

Con il sangue dei Marsi che trafisse

Un fiume battezzò : Sangro ei disse.

Musa rinforza questa mente mia

Riportami alla riva principiata

stava cantando un lode di Maria

Immagine di Pescasseroli, Incoronata

Per fare ai cittadini cortesia

Ci ricordava I'istoria passata

Quanto quel fiume si cangiò di Sangue

Di pupillo e di vecchi, inerme sangue.

Fiume superbo se Marco ci stava

La nome dell'ofanto avreste avuto

La gioventù romana tanto brava

Con gli arpinesi tanto risoluto

Se la spada dei Marsi l'incontrava

Come a Canna ci sarebbe accaduto

E il gran Valerio con la sua ragione

Dovea dir il verso di Varrone .

Gli marsi si trovarno tutti al campo

Che stavano per la Guerra apparecchiate

Col cuore acceso più di un fiero lambo

Aspettando di guerra il di signate

Ma gli Romani che sono di falso stampo

Perché con frode furon Genitate

E l'impudica Silvia fu la prima

Che fece i due Gemelli senza stima.

Romolo imita il fratel di Selima

Si fece capo degli malfattori

Così crescento sotto a quello clima

Senza aver nulla fede fra di lori

A quegli tempi ch'io canto la rima

A Roma ancora non ci stava onori

Sol con frode disser gli Romani

Vinger possiamo li popoli marsicani.

L'ambasciata mandarno al Capitano

Che la battaglia volevano fare

Nelle confine là in mezzo a quel piano

Dove gli Svevi si fecer disfare

Gli marsi I'accettarno abbatter mano

E la nel campo antorni ad aspettare

Con I'elmo in testa e con la spada in mano

Sino a tre giorni gli aspettarno invano.

il quarto di mirarno un Cavaliere

Venire da Marruvio a briglia sciolta

Gridando i lupi più del nome fiero

A noi ce l'anno fatta questa volta

Dentro della città sta il segno altiero

Degli romani e gridando a raccolta

Gli Marsi sono uccisi con gran fretta

Sol noi ci stiam per fare la vendetta.

Quella velocità di una saetta

Ebi tal nova e si sparse sul campo

Per ogni tenta si grida: vendetta

Vogliamo dei Romani e non più scampo,

Verso Marruvio ognuno il passo affretta

L'onore e la vendetta il cor ci avvamba

Ma gli romani nella città presa

Con molti ardito e fanno la difesa.

Marco Marrioco si accinse all'impresa

Di prendere la Patria con l'assalto :

O Dio al raccondar quanto mi pesa

Ch'eber la morte nel Paterno spalto

Una colonia fece la difesa

Erano quei feroci di Mondalto

E pur fuggirno avanti allo straniero

Solo di salvar Plistia anno il pensiaro.

E quanto a Campomozzo anno arrivati

Che respirarno là l'aria nativa

In aguato gli Romani anno trovati

E nell'orecchie c'intronò un che viva

Gli marsi che i romani anno mirati

La vendetta nel cor ci si fà viva

Gridarno, o, lupi qui si fa baruffa

Cosi fecero là una fiera zuffa.

Dopo due ore di combattimento

Gli Marsi ne restamo vincitore :

Là frode non ci fù non tradimento

Fu combattuto con il ver valore

Gli Marsi restarno assai contento

Ma poi quel gaudio si cangiò in dolore

Quando le loro case trovarne arse :

Ognun di lor ebbe gran pianto sparse.

Ognun piangeva verso la Dea Bellona

Che fu del popolo Marsio Protettrice

Dicento : o dea tu sei nostra patrona

Perche ne lascia esposte a l'ira ultrice

Ti venerammo come cosa buona

Speravamo da te giorni felice

Ora si mostra il cielo tanto avverso

Mira gli altari tuoi distrutti e persi.

Mira o Dea il tuo popolo sconfitto

Mira le nostre case arso e brugiato

E mira il misaro avanzo oppresso e afflitto

Che giace al cielo sereno abbandonato

E dimmi o Dea per qual fier delitto

In preda del nemico ci ha lasciato

Noi ti adorammo con venerazione

E tu ci lasci in tanta perdizione .

Fresilia ebbi la fine anche quel giorno

Quando Plistia fu distrutta e diroccata

Per fare al nome Marso molto scorno

Fresilia fu da Diero arsa e bruggiata

Un friso cacciator chiamato Norno

Ebbe la bella patria venticata

E se quel giorno lui non era assento

Fresilia non aveva il crollamento.

In casa si trovai d'un suo parente

Nella torra di Scontro ad Altedena

Ma quando vide l'acqua del Torrente

Tinta di sangue, ebbi nel cuor gran pena

Corse con fretta e, con molto spavente

E quanto giunse assai munto di iena

Trovai la Patria un monte di Rovine

Cadde svenuto strappandosi il crine.

Si risovvenne , e un fievole lamento

Inteso sotto un monte di ammazzato

Corse, e trovai un misero languente

Che aveva le mani e gli piedi trongato:

Gli disse: oh Nomo per quel Dio potente

Datemi morte che molto ho penato

E dopo ucciso mè corri con fretta

Per far di nostra Patria aspra vendetta.

Norno ruggiva per il gran furore

Dicento pel Dio Marte il ver contato.

Forse di Plistia son gli traditore

Che hanno la patria strutta e te mongato.

Il misero rispose con dolore

Non vedi, il fiume che in sangue è cangiato,

Sappi che tutto è sangue Marsicano

Che fu versato dall'Empio Romano.

Sopito in fra le braccia di Morfè

Stavamo tutti senz'alcun timore.

Il fier Romano rimovai I'Ebree

Venne su noi coi suoi sterminatore

Ma più feroce fu di quel Moisè

Uniti agli figli uccisi i Genitore

E molte madri coi bambin lattante

Il perfido l'uccise tutte quante.

Una donzella , chiamata Afrosina

Stava nel sacro tempio consacrata

Pria di schiarir l'alba la matina

Sognò la madre sua tutta bruciata

Gli disse figlia io son con Prosperina

Da ieri or vengo a farti l'imbasciata

Fuggi dai tempio per campar la vita

Che per gli Marsi ogni cosa è finita.

La Vergine Vestale sbigottita

Gridando: Madre mia si fu svegliata

Dentro al Tempio andò mezza vestita

Avanti alla Dea si fu inginocchiata

Gridando Mamma mia non è più in vita

E la mia patria strutta e diroccata

E tu Bellona sorella di Marte

Perche di farci vincere hai preso l'arte.

Gli antichi Marsi con gli Aborigeni

Fecero le Battaglie sanguinose

Guerreggiarno con i Volsci e coi Sabini

Sempre pel nome vostro vittoriose

Sallo Alfedena nei nostri confini

Coi carraceni suoi non hai ripose

E ora dentro a un giorno è scomparito

Il gran valore del tempio avito.

Un giorno lesso io un'antica storia

Di una Battaglia fatta dai Cumani

Dopo di tanto strazzi la vittoria

Eber pel vostro aiuto i Marsicani

E tutta tua, Bellona, fu la gloria

Vedento i Marsi tuoi tanto lontani

Fondare una città vicino a mare

Napoli piacque a te farla chiamare.

Quello antico valor per noi si è perso

Ce l'ha strappata l'Aquila Romana

Non sò perche il fato tanto avverso

E tu Dea con noi tanta inumana

Dei Marsicani non è in vita un terzo

Dov'era Plistia ogi è deserta piana

La fortezza poi darci ricordanza

Che Plistia era città di gran possanza.

Io non mi partirò dal sacro tempio

Dea se non mi conti la ragione

Dimmi chi fu quel dio cotanto embio

Che pronunziò dei Marsi distruzione.

Ora ai visto il baleno, visto hai lo scembio

Strutta la marcia da roman legione

Quegli eroi che erano tanto bravi

Due terzi ne son morti e un terzo schiavi.

Raffrena il pianto o donna, non più sdegni

E pensa bene a quel che hai davenire

Moiono le città moiono i Regni

L'uomo superbo non vuol mai morire

Iddio a tutte le cose ha posto i segni.

Il sole pure si dovrà scorire

La luna con le Stelle saran mosso

E tutto torneranno nel Caosso.

Da parte mia dir'alla gente grossa

Che piega il collo a quel che vò il destino

Si stasse fermo senza far più mossa

Sotto al volere di quel gran Latino

Ora lui cerca, a seppellir quell'ossa

Di tanti morti e i vostri Cittadino

Tutti saran ristretti in Cittadella

E Castello Mancino poi si appella.

La vostra Capital si fa più bella

Valeria si dovrà da nominare

Per tutta Italia vien l'era novella

Tutti fratelli si senderan chiamare

E correranno in questa parte in quella

Con l'Aquila oltrimonti e , oltrimare

E Roma su dii tutti avrà il Governo

E tal preponderanza avrà in eterno.

Il monto tutto ne sarà amirato

L'Aquila corre in tutte le regione

Poi nasce un uomo Cesare chiamato

Diventa audace e passa il Rubicone

Arriva a Roma e abbatte il Senato

Di tutta Roma diverrà Padrone

Gli uomini tutti ammirano il valore

E lo diranno tutti Imperatore.

solo un gran Capitano Pompeo chiamato

La volontà di Cesare rigetta

Ma là presso a Farsaglia , e superato

Muore, e la voglia suo vien'interdetto

Bruto e Cassio saran nominato

Quei che per lui faranno la vendetta

Molti pugnali gli daranno al cuore

Cesare muore ma non l'Imperatore.

Dopo la morte sua resta Ottaviane

Che corre il Monto con feroce ardire

Là nell'Egitto due schiere Romane

L'uno con l'altre si dovran ferire

Ma di Antonio il pensier non è più sane

Lascia gli suoi e cerca di fuggire

Per seguire una donna a male accorte !

Quanto là giungi troverai la morte.

Ottavio su di quello avvrai l'onore

Per quell'accesso tanto improvvedute

E dopo si farà chiamar Signore

Da tutto quanto il monto ingonosciute.

Dai suoi nasce Tiberio Imperatore

Che nell'Asia avrà molti Tribute

E ai suoi tempi al Regno di Soria

Dentro a una Grotte nasce il ver Messia

Oh Dea mi par confuse il tuo parlare

Tu dici sempre ed io niente discerno

Una cosa ti voglio domantare :

Ditemi dove regna il Padre Eterno.

Ti ò detto sempre e ti vò replicare

Che in Cielo in terra e nello stesso Inferno

Lui regna sopra a tutto l'universo

Ma gli sermoni miei per te son perso.

Là nel tempio di Egizia un bel paese

Ci sorge, e Luco si dovrà chiamare

Il nome della ninfa e vilipeso

E una pietra avranno d'adorare

Ma la Madre di Dio che tanto offesa

Perdona, e pure qui vol perdonare

E potevano fare un'altra figura

Per adornar la sua persona Pura.

La madre di quel vero Redentore

Non vuole le sue Statue belle fatte

Vuole che l'uomo avesse il vero amore

Al suo figlio, che fece il gran riscatte

E gli luchesi amano di vero cuore

La dura Pietra che ci sta il ritratto

Di Maria, e ci avranno molta fede

E Ella molte grazie gli concede.

Di là il ver levante un pò lontano

Cresce un gran borgo Trasacco chiamato

Ai tempi degli Smatici Cristiano

Un prete viene là martirizzato

Gli trongheranno il braccio con la mano

E San Cesidio da qui vien chiamato

E in avvenire i Marsi posteriore

L'avranno per il loro gran Protettore.

La gente venirà molto lontani

Al borgo di Trasacco a scioglier voti

E vengano dai Volsci e dai Campani

E dai Sanniti i Popoli devoti

Con gran fede veramo i Pescitani

Cosi si chiameranno i tuoi nipoti

Pregano il santo con perfetto Zelo

E lui gli impetra le grazie dal Cielo.

Ditemi o Dea sull'androfobia

Che Egizia tanti fatti ha dimostrati

Se quel dominio poi è di Maria

Odi quei santi che tanti vandati.

Chi vuoi guarir di quella malattia

Si va a un santo Domenico chiamati.

Molti prodigi lui dovrà mostrare

Un po' di storia sua ti vò contare.

Lungi Melonia circa cinque miglia

Sorgi un Villaggio chiamato Cocullo.

Passa un romito e dagli erudi artigli

Di una Lupa le strappa un bel fanciullo

Dentro al villaggio si terrà consigli

E diranno quell'uomo non è nullo

Certo ne hai mostrato un ver miracolo

Lo dobiamo seguir senza alcun'ostacolo

Mentre così diranno va un ferrare

Gridando : quel romito Iè un sant'uomo

La sua muletta si ha fatta calzare

E nel pagar mi ha detto io non ho come

Io gli ho risposto : non mi ha da pagare

E lui le bestia ha chiamata per nome

Dicento : Giulia rendi il ferro a questo.

La Mula , al suo comando ha fatto presto.

Sentono gli villani quell'altro fatto

Gridano è proprio Santo quel Romito

Certo che non ha fatto un lunco tratto

Non è un'ora che si è partito

E di seguirlo poi formano il patto

E cominciano accorrer quegli più ardito

A dietro al Santo per un sassoso colle

Finche gli sono poi dietro alle spalle.

Pria che giungesse l i sopra quel monte

Che Si vede il gran lago marsicane

La giunge un giovanetto molto pronte

Gli si ginocchia e gli bagia le mane

Dicento , padre non ti fò affronte.

Cosi dicento giunge il Cappellano

Gridanto :santo che hai mostrato un saggio

Ti prego a ritornar al mio villaggio.

il santo gli risponte :io non son degno

Indietro non mi posso ritornare.

Pregate Iddio che nel Celeste Regno

Possa del tutto voi ricompenzare.

Grida il vecchio Prete : almen'un segno

Per tuo ricordo a noi dovrai lasciare.

Così , il Santo per farli contente

Con le sue proprie mani si strappa un dente.

Tutto il male della Androfobia

E dei veleni da me saranno spente

L'animale dai ferro tocchato sia

E l'uomo sia tocchato dal mio dente

E verso gli Equi poi prese la via

Lascianto que' villani assai dolente

Piangente il Santo che gli abbandonato

E poi dal dente son riconsolato.

La nova vola in tutte le Contrate

Che a Cocullo sta quel santo dente

E il ferro della Mula risferrate

molte grazie fa visibilmente

Le bestie che dal ferro son tocchate

O di morsi di canio di serpente

O dagli altri animali invelenito

Per grazia di quel Santo son guarite,.

Vedrai la Marsia, allora la nova vita

Da molti Santuarii è circondata

Una Madonna a una tavola scolpita

D'agli nipoti tuoi vien'adorata

E da tutta la Marsia è riverita

Col santo nome della Incoronata

E d'agli altri paesi di lontani

Dal Sannio dagli Voisci e dai Campani.

Un gran Pastor chiamato il Corsignone

La fede gli farà moltiplicare

Trovandosi di la molto lontano

Una Messa l'anno gli va a celebrare

Lo chiama il Santuario marsicane

E l'indulgenze le farà spacciare

Dal Sommo Padre successor di Pietro

Che a Roma stà ma non ci corre adietro.

O dea mi dicesti al principiar

Che gli miei padri nella Cittadella

Si vanno a lor case a fabbricare

E castello mancino poi s'appella

Poi diceste che vanno a visitare

Quel Santo che ha un nome assai novella

Ora da te io vò sapere il come

Perché alla Patria mia si cangia il nome.

Ti ho detto che tua Patria fu brugiata

Ieri da quello feroce romano

E la misera gente er'adunata

La nella Cittadella , ai caso strano

E castello Mancino vien chiamato

Da quel Mancino dotto Capitano

Che vinse la Battaplia a Campomozzo

Ecco della tua Patria il primo abbozzo.

E con quel nome di Castel Mancino

Vedrà cader il monte dei Pagani

Vedrà venire il figliol di Pepino

A rinnovare l'Impero dei Romani

E dan Ricciardi Conte Ghibellino

Sarà brugiato e poi rinasce ai piani

E Pescasseroli poi sarà chiamato

Per due amanti che là son sotterrato.

Or se vuoi sapere l'aspra disavventura

Che ha d'aver la copia svendurata

L'uomo nascer dovrà far quelle mura

Di quella patria da te tanto amata

E la donzella di bella figura

Alla città di Meccha è allevata

Tutta l'istoria ti voglio contare

Ma prima mi convien di riposare.

 


Ultimo aggiornamento Venerdì 13 Settembre 2013 15:32