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Scritto da Francesco Gentile   
Giovedì 10 Ottobre 2013 11:56

Presentazione del libro Leggenda Marsicana di Cesidio Gentile (Jurico)

Leggere ancora e meditare - dopo aver letto e meditato tante volte – questa leggenda marsicana in versi del poeta pescasserolese  Cesidio Gentile, è come ripercorrere la storia della nostra terra e della nostra gente e capire per quali vie si è modellato il nostro essere uomini di montagna ai quali non furono avari sfortune, disagi e tragedie. Cesidio si affretta, nel Canto Primo, ad avvertire i cercatori di parole raffinate, e i colti "dell'altra parte", di non pretendere troppo per un illetterato il quale, per narrare la storia dei marsi, sarebbe stato costretto a deporre "penna carta e calammare" se non gli fosse venuta in "agiute" Maria Santissima.

È cosi che "un misero pastor sull'Argatone" si appresta alla difficile impresa; prega la "santa immagin Nera" di non abbandonarlo; si avventura in un groviglio di fatti storici, di personaggi, di località; esalta il senso di dignità di indipendenza dei marsicani; narra di tranelli, di congiure, di battaglie; bolla la perfidia spiriti servili e di re prepotenti; si commuove per la sorte di quella "nobil giovinetta" che è la nostra patria; dedica la sua immane fatica alla santa protettrice e saluta, deponendo la penna che pesa più della zappa con questi versi:

 

Sono Gentile Cesidio di voi serviente

di Pescasseroli e mene pregio tanto

Che in fra le greggi e con la verga in mano

o' scritto le memorie marsicane.

 

I dieci lunghi canti in cui si suddivide il poema, costituiscono un documento di grande interesse per chi vuol capire da una parte la "storia scritta dal di dentro" e dall'altra quanta violenza abbia esercitato sullo spirito di un

"misare" pecoraio quel tipo di società che era venuta conformandosi in Abruzzo nella seconda metà del secolo scorso. Ci troviamo di fronte ad un uomo che sentiva fortemente la vocazione del verseggiare (e lo faceva a suo

modo) sfidando una società che non gli aveva consentito di attrezzare la propria mente di quegli "strumenti" grammaticali per dare forma corretta e compiuta alla narrazione. Leggendo si nota quanta commistione vi sia tra un pensare in dialetto e rendere in cattivo italiano quel che il pastore aveva certamente appreso da lunghe, difficili, faticose letture. Anche i fatti narrati nel poema seguono i fili, spesso spezzati e spesso ricomposti, nei quali però non

si perdono alcune connotazioni costanti: una religiosità tipica di chi perviene attraverso acquisizioni orali, come già sette secoli prima Pietro da Morrone sia pure con diversa erudizione; una alta considerazione per chi in qualsiasi contesto lotta contro affronti ed ingiustizie; un amore per la terra e la gente dei Marsi costrette a difendersi da "lupi romani" contro i quali i Marsi ingaggiavano battaglie che suscitavano l'ammirazione dei romani stessi. E poi un cantare continuo di Plistia che si fa Castel Mancino e Castel Mancino che si fa Pescasseroli e Pescasseroli che custodisce la dignità degli antichi abitatori

per perseverare la quale bisogna ricordare perennemente l'alto contributo di sacrifici rappresentato da quel "sangue marso sotto marso cielo".

Chi legge questa leggenda marsicana deve tener presente quale era la condizione umana, sociale, culturale di Cesidio Gentile negli anni che si avviano a chiudere il XIX secolo. Solo cosi potrà restituire un sentimento d'amore a chi con amore ha parlato della terra che ci è madre. E se poi, qualcuno di palato delicato, avesse da ridire sul verseggiare di un povero pastore, lasci in pace il nostro Cesidio e se ne vada a leggere autori colti dove "tutto è scritto con bel metro". Ma stia attento: non vi troverà il genuino sapore dei nostri pensieri, della nostra terra e della nostra gente.

 

PALMINO COSTRINI

Sindaco di Pescasseroli


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Ultimo aggiornamento Sabato 19 Ottobre 2013 19:46